IL VOLTO E LA
MASCHERA
Ho sempre considerato la “recitazione teatrale” e quindi la
sua rappresentazione una forma d’arte “diretta,
momentanea e mutevole” in relazione “ al tempo” - la durata dello spettacolo -
“allo spazio”- l’area limitata in cui si svolge l’azione - e “ il luogo”- il
palcoscenico -. “Diretta” perché è “dal vivo”. “Momentanea” perché dura il
tempo della rappresentazione. “ Mutevole” perché anche dopo alcune repliche può accadere che si
possano riportare delle lievi correzioni al personaggio, così come le intonazioni
delle battute del dialogo possono variare
secondo lo stato d’animo dell’artista che è in un continuo divenire. Questo a
differenza di altre espressioni artistiche quali il cinema, la scultura, la
pittura o anche la stesura di un libro le cui opere quando vengono presentate
al pubblico sono già compiute e raramente subiscono variazioni. Inoltre attraverso
le varie prove e recite l’attore approfondisce ulteriormente lo studio del suo
personaggio, che pur essendo sempre lo stesso nella sua peculiarità, assume tuttavia
di volta in volta sfumature psicologiche e caratteriali diverse, tendenti a
rappresentarlo sempre di più nella sua
vera essenza. Questa continua evoluzione interpretativa emerge con il passare del tempo ed è dovuta
principalmente a quell’insondabilità dell’animo umano, in perenne movimento, che
spinge l’artista ad una costante ricerca analitica che mette a nudo il suo
personaggio, interiorizzandolo, per
raggiungere la perfezione dell’interpretazione. Tale condizione accade solo
quando l’attore è entrato nel personaggio, ne ha studiato a fondo il carattere,
le abitudini, sezionandolo e analizzandolo in ogni sua parte. Si inoltra nella
sua vita passata, immaginando anche quello che l’autore non ha espresso
palesemente nel testo teatrale, per comprendere meglio il perché di ogni sua azione,
di ogni suo comportamento, alfine di dargli vita. Così come la sua
interpretazione va al di là della stessa parola scritta che deve rendere “viva”
anche e soprattutto nei suoi silenzi. L’artista deve mettere da parte il
proprio “Io”, dominandolo, per entrare umilmente in quello del personaggio, ma
nello stesso tempo deve attingere alla propria fonte inesauribile che è il
proprio inconscio e alle proprie esperienze di vita per poterlo adeguatamente
rappresentare. Il “vero” attore è una
maschera vivente, che si anima e si manifesta attraverso l’espressione del
volto, la modulazione della voce e di conseguenza del gesto. Diviene il
“ritratto vivente” di ogni suo personaggio : apparentemente sempre lo stesso “il
volto” della donna o dell’uomo in quanto “Essere”; sempre diverso “la maschera”
dell’attrice o dell’attore -“uno, nessuno e centomila” in quanto soggetto al“
divenire”. Egli esterna il proprio mondo interiore nell’immediatezza della
rappresentazione che dovrebbe avvenire solo dopo un lungo e costante percorso
di studio e di ferrea disciplina. Questi interpreti o sono bravi o non lo sono,
non ci sono vie di mezzo, né intermediari pronti ad aiutarli perché sul
palcoscenico si è soli con se stessi. La recitazione teatrale è un’arte che si esprime direttamente e gli
attori sono l’opera creativa che si manifesta nel continuo divenire del
presente scenico. Proprio per la sua caducità il teatro ci ha lasciato solo il
ricordo scritto di qualche critico, delle fotografie e alcune riprese
amatoriali, sulla bravura degli attori e delle attrici del passato,
diversamente dalle pellicole cinematografiche, custodite nelle cineteche che ci
offrono molte testimonianze sulle capacità espressive delle grandi stars del
cinema, fissando nel corso del tempo la loro arte.
Antonietta
Anzalone
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