sabato 1 agosto 2015

Il volto e la maschera

                    IL VOLTO  E  LA MASCHERA
Ho sempre considerato la “recitazione teatrale” e quindi la sua rappresentazione  una forma d’arte “diretta, momentanea e mutevole” in relazione “ al tempo” - la durata dello spettacolo - “allo spazio”- l’area limitata in cui si svolge l’azione - e “ il luogo”- il palcoscenico -. “Diretta” perché è “dal vivo”. “Momentanea” perché dura il tempo della rappresentazione. “ Mutevole” perché  anche dopo alcune repliche può accadere che si possano riportare delle lievi correzioni al personaggio, così come le intonazioni delle battute del dialogo  possono variare secondo lo stato d’animo dell’artista che è in un continuo divenire. Questo a differenza di altre espressioni artistiche quali il cinema, la scultura, la pittura o anche la stesura di un libro le cui opere quando vengono presentate al pubblico sono già compiute e raramente subiscono variazioni. Inoltre attraverso le varie prove e recite l’attore approfondisce ulteriormente lo studio del suo personaggio, che pur essendo sempre lo stesso nella sua peculiarità, assume tuttavia di volta in volta sfumature psicologiche e caratteriali diverse, tendenti a rappresentarlo sempre di più  nella sua vera essenza. Questa continua evoluzione interpretativa  emerge con il passare del tempo ed è dovuta principalmente a quell’insondabilità dell’animo umano, in perenne movimento, che spinge l’artista ad una costante ricerca analitica che mette a nudo il suo personaggio,  interiorizzandolo, per raggiungere la perfezione dell’interpretazione. Tale condizione accade solo quando l’attore è entrato nel personaggio, ne ha studiato a fondo il carattere, le abitudini, sezionandolo e analizzandolo in ogni sua parte. Si inoltra nella sua vita passata, immaginando anche quello che l’autore non ha espresso palesemente nel testo teatrale, per comprendere meglio il perché di ogni sua azione, di ogni suo comportamento, alfine di dargli vita. Così come la sua interpretazione va al di là della stessa parola scritta che deve rendere “viva” anche e soprattutto nei suoi silenzi. L’artista deve mettere da parte il proprio “Io”, dominandolo, per entrare umilmente in quello del personaggio, ma nello stesso tempo deve attingere alla propria fonte inesauribile che è il proprio inconscio e alle proprie esperienze di vita per poterlo adeguatamente rappresentare.  Il “vero” attore è una maschera vivente, che si anima e si manifesta attraverso l’espressione del volto, la modulazione della voce e di conseguenza del gesto. Diviene il “ritratto vivente” di ogni suo personaggio : apparentemente sempre lo stesso “il volto” della donna o dell’uomo in quanto “Essere”; sempre diverso “la maschera” dell’attrice o dell’attore -“uno, nessuno e centomila” in quanto soggetto al“ divenire”. Egli esterna il proprio mondo interiore nell’immediatezza della rappresentazione che dovrebbe avvenire solo dopo un lungo e costante percorso di studio e di ferrea disciplina. Questi interpreti o sono bravi o non lo sono, non ci sono vie di mezzo, né intermediari pronti ad aiutarli perché sul palcoscenico si è soli con se stessi. La recitazione teatrale  è un’arte che si esprime direttamente e gli attori sono l’opera creativa che si manifesta nel continuo divenire del presente scenico. Proprio per la sua caducità il teatro ci ha lasciato solo il ricordo scritto di qualche critico, delle fotografie e alcune riprese amatoriali, sulla bravura degli attori e delle attrici del passato, diversamente dalle pellicole cinematografiche, custodite nelle cineteche che ci offrono molte testimonianze sulle capacità espressive delle grandi stars del cinema, fissando nel corso del tempo la loro arte. 

                                                                                                               Antonietta Anzalone                             

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