mercoledì 10 giugno 2015

GAETANO SALVEMINI, POLITICO COMBATTIVO ED EMINENTE PEDAGOGISTA di Pier Luigi lando

Gaetano Salvemini, politico combattivo ed eminente pedagogista,viste le sue lotte contro il potere corruttivo, non ci fa certamente sentire il bisogno di nuovi personaggi politici moralizzatori, dal momento che tali lotte,da oltre mezzo secolo, sono portate avanti dal movimento Salvemini fondato dal pronipote Sallustio.
Questo movimento, infatti, propone la formula di governo di demo-merito-sorte-crazia ispirandosi alla democrazia della Grecia di Pericle. Felice formula di governo alla quale, dopo due secoli, fu posto termine ad opera di Filippo II il Macedone; ancora oggi dobbiamo convenire con le invettive dantesche tra le quali nella celebre apostrofe all’Italia in Purgatorio VI 125, “Ai papi e all’imperatore:” e “un Marcel diventa / ogne villan (absitiniuriaverbis) che parteggiando viene”.
Dopo tanto tempo, durante il quale avevo smesso d’inviare miei scritti a codesto blog  (per motivi di salute e per curare la stesura definitiva di un prossimo libro insieme a un gruppo di lavoro), mi sento sollecitato a riprendere le mie prestazioni editoriali (nella “Famiglia” dei corrispondenti salveminiani) dall’ennesimo messaggio del direttore prof. G. Sallustio Salvemini.
Tutto ciò in vista della  conferenza organizzativa, prevista in Roma entro ottobre 2015, (53° anniversario della fondazione) con la quale si intende mobilitare l'opinione pubblica per la revisione della Carta costituzionale del 1948, la quale è risultata fonte di partitocrazia, di spreco di denaro pubblico e di velenose risse tra politicanti.           
Ho accennato alla ripresa delle mie prestazioni editoriali, giacché per vari anni  sono stati pubblicati miei scritti sul periodico “L’Attualità” proprio e anche sull’argomento corruzione. In uno di questi articoletti  dal titolo “mele marce” scrivevo che chi intende affrontare tale problema limitandosi a mandare al macero le mele “marce” (ma anche avvelenate ecc.) prodotte costantemente da  uno o più alberi, avrebbe dovuto anche preoccuparsi di ricercare l’origine in eventuali fattori inquinanti.In un altro articolo esordivo con la constatazione che se le leggi fossero bastate da sole a governare in modo soddisfacentemente duraturo i comportamenti umani, avremmo già avuto dei buoni risultati dai Comandamenti.
            L’exsacranda auri fames, ossia ciò che di solito nutre la corruzione, ha radici ben più complesse e profonde nell’apparato neuropsichico e non può venire affrontata  in questa sede.
            Lungo il corso della storia dei popoli non sono mancati provvedimenti giuridici improntati a severità (o anche peggio) ma la situazione è quella che abbiamo sotto gli occhi quotidianamente. .
Chi conta sulla certezza e sull’inasprimento delle pene, non ricorda la logica simile a quella dell’agricoltore contro le mele marce?
Fatto sta che buona parte dei cervelli umani si comporta nei confronti delle misure repressive come una molla o un gas compresso e, paradossalmente,può costituire una delle  motivazioni più sicure a trasgredire, ad assumere atteggiamenti provocatori, perfino terroristici.
A volte, in alcuni soggetti si riesce ad  annientare la loro volontà, domandoli come  animali da circo equestre,ma a spese di risultati devastanti sulla loro personalità, metodo secondo cui un certo dr. Schreber (V. di Morton Schatzman: “La famiglia che uccide”, ed. Feltrinelli), improvvisatosi pedagogista, riuscì a ottenere un enorme successo con i suoi libri, tanto che la generazione di Hitler (e non solo) venne  allevata proprio secondo questi principi.
Per avere un’idea degli effetti deleteri di tale educazione sulla personalità degli educandi, basterebbe pensare agli effetti ottenuti sui figli stessi di Schreber dei quali uno morì suicida, un altro schizofrenico, caso seguito indirettamente da Sigmund Freud,e la figlia che pare sia stata tenuta segregata in casa (per salvaguardare l’onorabilità di facciata della famiglia?)
Chi ancora conta su metodi severi non sa o sottovaluta la funzione di una sentinella che noi abbiamo nel cervello, conosciuta anche con l’espressione centro della paura e in termini più tecnici amigdala,la quale facendo parte del nostro sistema d’allarme è essenziale per la difesa della nostra integrità e sopravvivenza.
Quando l’amigdala viene allarmata, e secondo il grado di tale allarme, tende a mobilitare corrispondenti quote energetiche da investire nella lotta o/e nella fuga.
Per “lotta” non si deve pensare a  qualcosa di stilizzato come in quella greco-romana, bensì  a tutta una serie di reazioni violente per le quali  potrà valere la sentenza che “Al peggio non c’è mai fine!”, poiché si potranno scatenare i più disumani, rabbiosi, cruenti comportamenti conosciuti, e forse ancora da annoverare nella  nostra storia.
            Per rendere meglio l’idea, personalizzando tale ghiandola (l’Amigdala),essa sarà soddisfatta quando sarà riuscita, dopo aver fornito l’apparato neuro-muscolare quanto più possibile di  rabbiosa potenza, a provocare le più atroci sofferenze nella vittima fino all’uccisione, probabilmente nel peggiore dei modi. Eppure senza questa struttura neuronale la nostra integrità e sopravvivenza correrebbero gravi rischi.
            Le conseguenze di questa eccessiva attivazione del sistema d’allarme, qualora le suddette reazioni comportamentali venissero bloccate magari da un codice morale (Super Io) molto forte, potrebbero essere drammatiche e dolorose: a parte varie  somatizzazioni, si potrà giungere a un tale sconvolgimento dell’apparato neuro-psichico da dar luogo a quadri clinici di grave depressione o ad altrettanto gravi forme di schizofrenia.
            Mi consta che quadri del genere possano addirittura avere soddisfacente giovamento grazie a metodiche promuoventi lo scarico (in termini tecniciabreaction e catarsi) delle sottostanti tensioni psico-emotive.
            Queste tensioni, facilitando anche la decodificazione e la comunicazione del messaggio rappresentato dai sintomi, inviato ai componenti del gruppo (di solito i familiari) circa i problemi probabili agenti del quadro clinico, dove i genitori assumono un  ruolo simile a quello dei “mandanti” nei confronti del cosiddetto “Paziente designato” che svolge il ruolo di indicatore e amplificatore dei problemi dell’intero gruppo e, in particolare, della coppia genitoriale-coniugale. Spesso la promozione della comunicazione con i componenti del gruppo “responsabile” di una tale dinamica può giovare alla soluzione del caso
Quante di tali situazioni contribuiranno ad affollare i servizi psichiatrici e le carceri nonché a rendere, a dir poco problematica, la convivenza  in famiglia e in società? .
            La mia proposta di formazione di un gruppo di lavoro “pazienti designati in carcere”, è nata dalla personale esperienza di lavoro in un ospedale psichiatrico statunitense che fungeva anche da manicomio giudiziario.
            Di solito ci si accontenta di ribaltare la situazione che da bambini si è subita (povero chi ci capita come succube!). Tante scelte di potere si riconoscono in simili dinamiche coatte, partendo da quella del politico a quella del docente o magistrato e più spesso del genitore. 
             Inoltre quasi tutti hanno la tendenza a ignorare tali dinamiche (sostenuta dal timore di svelare i propri altarini?)
            La mancanza della conoscenza di adeguati metodi di educazione dei cuccioli d’uomo, contribuì in passato a favorire l’applicazione di metodi-espedienti per l’allevamento dei figli, finalizzati a tenerli a bada e a proteggere gli adulti dalla loro sovrabbondante energia e vivacità. Oggi si giunge a somministrare  addirittura psicofarmaci a soggetti il  cui cervello è in piena fase di maturazione e non proprio disposti per la loro natura, a stare buoni e quieti.
            In proposito mi torna in mente una  canzonetta che si cantava ai tempi del Ventennio anche nelle scuole primarie e che ricordo così: “Ai miei tempi i bambini eran seri, più carini, non facevan tanto chiasso, non andavan  mai a spasso”!
            Per inciso, rilevo ancora una volta l’inconciliabilità delle esigenze naturali dei piccoli con  quelle di una vita in abitazioni concepite solo per adulti.
            Erano i tempi in cui la disciplina militaresca (nell’accezione peggiore del termine) valeva un po’ per tutti, non soltanto per i militari.L’inconciliabile logica di un tale tipo di disciplina si scontrò con una  schiera di pedagogisti scomodi (v. Di Giacomo Cives: “La pedagogia scomoda – Da Pasquale Villari a Maria Montessori”) tra i quali è annoverato Gaetano Salvemini.
            Essere soddisfatti di risultati immediati rischia di comportare investimenti patogeni delle tensioni psico emotive represse: educare è tutta un’altra cosa!

            In linea con la mia  preparazione su basi biologiche ed estesa ai campi della psicodinamica ed eco-psico-sociale, tendo a illustrare ciò che sta in fondo a comportamenti come quelli per i quali ha eroicamente lottato Gaetano Salvemini e altrettanto strenuamente proseguito dal pronipote Sallustio Salvemini...
            Ebbene sì,si deve tener presente che la coatta tendenza ad appropriarsi di beni altrui e di approfittare di proprie posizioni per ricavare quanti più vantaggi possibili, trova riscontro etologico nella vita delle specie che ci precedono nella scala  filogenetica: gli animali rubano, corrompono e fanno di tutto per acquisire vantaggi (alcuni lettori avranno visto comportamenti improntati ai peggiori  espedienti umani in documentari nei quali si poteva osservare che diversi primati li adottavano in vista della conquista di  una leadership).
            In proposito ci soccorre quanto ci dice la Scuola statunitense di Bethesda a suo tempo diretta dall’autore della cosiddetta teoria del cervello uno e trino di Paul MacLean, e cioè che la nostra specie ha ereditato tra gli altri, un livello di organizzazione cerebrale in comune con i grandi rettili e con altri animali più in su nella scala filogenetica. Questi studi hanno individuato tra i nostri modelli comportamentali di base anche comportamenti predatori tipici degli animali.                            I modelli  comportamentali di questo tipo, nella nostra specie,potrebbero essere facilmente superati se la persona avesse la possibilità di uno sviluppo catalizzato da ben precisi fattori e condizioni di crescita bio-psico-pedagogica. Al contrario sarebbero esasperati se, come succedeva sino a pochi anni fa, c’era mancanza di relative conoscenze mentre ora c’è colpevole ignoranza. Ignoranza degli educatori e soprattutto dei genitori che non sono assolutamente preparati allo scopo e, improvvisandosi genitori ed educatori, finiscono  per  disturbare la realizzazione della personalità dei piccoli soggetti in armonia con se stessi e con gli altri.
            La dottrina e la vita civile, politica e professionale di Gaetano Salvemini mi induce a ritenere che egli oggi sarebbe d’accordo nel riconoscere  l’origine di tanti comportamenti (oggetto della peggiore cronaca quotidiana) nei metodi improvvisati di allevamento dei soggetti in età evolutiva.Ancora oggi, tra i metodi correnti di “educazione” dei figli, pare prevalgano quelli improntati alla disciplina tendendo a omologare la volontà dei piccoli a quella dei genitori e a improntare i loro comportamenti secondo i seducenti messaggi della consumer society. All’opposto, oggi più che mai, si lamentano metodi pseudo-educativi, di fatto irresponsabili, deresponsabilizzanti, permissivi e  lassisti, per cui i figli tendono ad assumere  comportamenti da despota, da bulli e, forse sempre più spesso, vengono difesi a spada tratta dai genitori anche nei confronti dei docenti.
            In base a considerazioni come quelle accennate in questo articolo, insieme a un gruppo di lavoro sto curando una pubblicazione che, partendo dal momento cruciale del passaggio dalla preistoria alla storia, analizza condizioni e fattori che hanno contribuito decisamente a portare fuori strada l’uomo potenzialmente sapiens.          Questa pubblicazione si conclude con un progetto: “Iniziamo da una generazione”, ossia da quella in procinto di frequentare la scuola dell’obbligo, scuola che deve operare con precise attività di gioco coinvolgendo in questa metodologia soprattutto gli operatori dell’ultimo anno di scuola materna e del primo anno della scuola primaria, nonché i genitori. In questo periodo si verifica la  validità dei prerequisiti e si tende ad avviare a soluzione, sempre mediante attività ludiche, eventuali ma quasi sempre immancabili difficoltà e problemi creatisi nella famiglia di origine.
            Ovviamente, stando così le cose non si potrà fare a meno neanche di istituzioni e misure giudiziarie: discorsi come quelli fatti in questo scritto, come nel citato prossimo libro, potranno (per chi ha orecchie da intendere, ossia umori e strutture umanizzanti e da adulti!) contribuire a una salutare presa di coscienza su tutto ciò che va rifatto.
            Per una nuova era, occorrerebbe iniziare a riconsiderare criticamente come si  forma una coppia coniugale  e su che basi si decide di mettere su famiglia: al momento sembra che nella reciproca scelta prevalgano le “amene sembianze” e il sentirsi innamorati. Pilastri quanto mai precari per fondare  qualcosa di duraturo e il loro venir meno costituisce un serio rischio per la prole che sempre più oggi risente del logoramento e delle lacerazioni coniugali...quando l’amore finisce(come fosse il carburante dell’auto!) e ne inizia un altro, ci si sente giustificati  a lasciare moglie o marito e figli e passare a mettere su un’altra famiglia. E i figli?
            Se sapessero di che cosa può essere costituito un innamoramento!
            Qui basti un  cenno alle non rare attrazioni fatali per cui ci si sente pazzamente innamorate/i del proprio aggressore: una specie di Sindrome di Stoccolma spesso responsabile di tragedie coniugali che insanguinano la cronaca quotidiana (sullo stesso blog c’è un’intervista: Per la prevenzione della violenza contro le donne, rilasciata da me alla pedagogista Antonella Raho).
            Tutto ciò che si fa per la felicità del giorno più bello della propria vita sembra mosso da suggestioni di mercato; ma chi si prepara a funzionare da genitore-educatore?
            Le su accennate suggestioni di mercato e quelle di potere, avere, possedere il più possibile,nella stragrande maggioranza delle  famiglie pare che vengano quasi naturalmente assorbite sin dall’infanzia.
Rilevo, in fine,  che per un’adeguata  preparazione non bastano le conoscenze teoriche ma anzi a volte una laurea in psicologia, pedagogia ecc, può aggravare (“sumere superbiam!”) la situazione per quel che concerne i rapporti interpersonali, compresi i figli. A tal fine gioverà meglio l’avvio a soluzione dei quasi immancabili problemi acquisiti in seno alla famiglia di origine che interferirebbero con la funzione educativa dei figli.
           Per la maggior parte delle persone non sarà necessario, e neanche opportuno, affrontare costosi e stressanti trattamenti che richiedono tempi di solito impraticabili per chi ha impegni di lavoro: sarebbe invece sufficiente la partecipazione a qualificati gruppi di self-help che dovrebbero essere disponibili sul territorio.
            L’educazione non si insegna ex cathedra, ma l’opera educativa va prestata con spirito di servizio senza che si funga da zerbino dei figli né degli educandi in genere, bensì mantenendo ben distinte le  posizioni dei  rispettivi ruoli e comunque mantenendo al minimo i toni della voce; in questo modo si ottiene più attenzione (personalmente l’ho sperimentato anche in scolaresche alquanto agitate) rivolgendomi ai piccoli e ai giovani con voce sommessa, a volte appena udibile. Provare per credere!


Nessun commento:

Posta un commento