Gaetano Salvemini, politico combattivo ed
eminente pedagogista,viste le sue lotte contro il potere corruttivo, non ci fa
certamente sentire il bisogno di nuovi personaggi politici moralizzatori, dal
momento che tali lotte,da oltre mezzo secolo, sono portate avanti dal movimento
Salvemini fondato dal pronipote Sallustio.
Questo movimento, infatti,
propone la formula di governo di demo-merito-sorte-crazia ispirandosi alla
democrazia della Grecia di Pericle. Felice formula di governo alla quale, dopo
due secoli, fu posto termine ad opera di Filippo II il Macedone; ancora oggi
dobbiamo convenire con le invettive dantesche tra le quali nella celebre
apostrofe all’Italia in Purgatorio VI 125, “Ai papi e all’imperatore:” e “un Marcel
diventa / ogne villan (absitiniuriaverbis) che parteggiando viene”.
Dopo tanto tempo, durante il quale avevo smesso
d’inviare miei scritti a codesto blog
(per motivi di salute e per curare la stesura definitiva di un prossimo
libro insieme a un gruppo di lavoro), mi sento sollecitato a riprendere le mie
prestazioni editoriali (nella “Famiglia” dei corrispondenti salveminiani)
dall’ennesimo messaggio del direttore prof. G. Sallustio Salvemini.
Tutto ciò in vista della conferenza organizzativa, prevista in Roma
entro ottobre 2015, (53° anniversario della fondazione) con la quale si intende
mobilitare l'opinione pubblica per la revisione della Carta costituzionale del
1948, la quale è risultata fonte di partitocrazia, di spreco di denaro pubblico
e di velenose risse tra politicanti.
Ho accennato alla ripresa
delle mie prestazioni editoriali, giacché per vari anni sono stati pubblicati miei scritti sul
periodico “L’Attualità” proprio e anche sull’argomento corruzione. In uno di
questi articoletti dal titolo “mele
marce” scrivevo che chi intende affrontare tale problema limitandosi a mandare
al macero le mele “marce” (ma anche avvelenate ecc.) prodotte costantemente
da uno o più alberi, avrebbe dovuto anche
preoccuparsi di ricercare l’origine in eventuali fattori inquinanti.In un altro
articolo esordivo con la constatazione che se le leggi fossero bastate da sole
a governare in modo soddisfacentemente duraturo i comportamenti umani, avremmo
già avuto dei buoni risultati dai Comandamenti.
L’exsacranda
auri fames, ossia ciò che di solito nutre la corruzione, ha radici ben più complesse
e profonde nell’apparato neuropsichico e non può venire affrontata in questa sede.
Lungo
il corso della storia dei popoli non sono mancati provvedimenti giuridici improntati
a severità (o anche peggio) ma la situazione è quella che abbiamo sotto gli
occhi quotidianamente. .
Chi conta sulla certezza e
sull’inasprimento delle pene, non ricorda la logica simile a quella dell’agricoltore
contro le mele marce?
Fatto sta che buona parte dei
cervelli umani si comporta nei confronti delle misure repressive come una molla
o un gas compresso e, paradossalmente,può costituire una delle motivazioni più sicure a trasgredire, ad
assumere atteggiamenti provocatori, perfino terroristici.
A volte, in alcuni soggetti
si riesce ad annientare la loro volontà,
domandoli come animali da circo
equestre,ma a spese di risultati devastanti sulla loro personalità, metodo secondo
cui un certo dr. Schreber (V. di Morton Schatzman: “La famiglia che uccide”, ed.
Feltrinelli), improvvisatosi pedagogista, riuscì a ottenere un enorme successo
con i suoi libri, tanto che la generazione di Hitler (e non solo) venne allevata proprio secondo questi principi.
Per avere un’idea degli
effetti deleteri di tale educazione sulla personalità degli educandi, basterebbe
pensare agli effetti ottenuti sui figli stessi di Schreber dei quali uno morì
suicida, un altro schizofrenico, caso seguito indirettamente da Sigmund Freud,e
la figlia che pare sia stata tenuta segregata in casa (per salvaguardare
l’onorabilità di facciata della famiglia?)
Chi ancora conta su metodi
severi non sa o sottovaluta la funzione di una sentinella che noi abbiamo nel
cervello, conosciuta anche con l’espressione centro della paura e in termini
più tecnici amigdala,la quale facendo parte del nostro sistema d’allarme è essenziale
per la difesa della nostra integrità e sopravvivenza.
Quando l’amigdala viene
allarmata, e secondo il grado di tale allarme, tende a mobilitare corrispondenti
quote energetiche da investire nella lotta o/e nella fuga.
Per “lotta” non si deve
pensare a qualcosa di stilizzato come in
quella greco-romana, bensì a tutta una
serie di reazioni violente per le quali
potrà valere la sentenza che “Al peggio non c’è mai fine!”, poiché si
potranno scatenare i più disumani, rabbiosi, cruenti comportamenti conosciuti,
e forse ancora da annoverare nella
nostra storia.
Per
rendere meglio l’idea, personalizzando tale ghiandola (l’Amigdala),essa sarà
soddisfatta quando sarà riuscita, dopo aver fornito l’apparato neuro-muscolare
quanto più possibile di rabbiosa
potenza, a provocare le più atroci sofferenze nella vittima fino all’uccisione,
probabilmente nel peggiore dei modi. Eppure senza questa struttura neuronale la
nostra integrità e sopravvivenza correrebbero gravi rischi.
Le
conseguenze di questa eccessiva attivazione del sistema d’allarme, qualora le
suddette reazioni comportamentali venissero bloccate magari da un codice morale
(Super Io) molto forte, potrebbero essere drammatiche e dolorose: a parte varie
somatizzazioni, si potrà giungere a un
tale sconvolgimento dell’apparato neuro-psichico da dar luogo a quadri clinici
di grave depressione o ad altrettanto gravi forme di schizofrenia.
Mi
consta che quadri del genere possano addirittura avere soddisfacente giovamento
grazie a metodiche promuoventi lo scarico (in termini tecniciabreaction e
catarsi) delle sottostanti tensioni psico-emotive.
Queste
tensioni, facilitando anche la decodificazione e la comunicazione del messaggio
rappresentato dai sintomi, inviato ai componenti del gruppo (di solito i
familiari) circa i problemi probabili agenti del quadro clinico, dove i
genitori assumono un ruolo simile a
quello dei “mandanti” nei confronti del cosiddetto “Paziente designato” che
svolge il ruolo di indicatore e amplificatore dei problemi dell’intero gruppo
e, in particolare, della coppia genitoriale-coniugale. Spesso la promozione
della comunicazione con i componenti del gruppo “responsabile” di una tale dinamica può giovare alla soluzione del caso
Quante di tali situazioni
contribuiranno ad affollare i servizi psichiatrici e le carceri nonché a
rendere, a dir poco problematica, la convivenza
in famiglia e in società? .
La
mia proposta di formazione di un gruppo di lavoro “pazienti designati in
carcere”, è nata dalla personale esperienza di lavoro in un ospedale
psichiatrico statunitense che fungeva anche da manicomio giudiziario.
Di
solito ci si accontenta di ribaltare la situazione che da bambini si è subita
(povero chi ci capita come succube!). Tante scelte di potere si riconoscono in
simili dinamiche coatte, partendo da quella del politico a quella del docente o
magistrato e più spesso del genitore.
Inoltre quasi tutti hanno la tendenza a ignorare tali dinamiche (sostenuta
dal timore di svelare i propri altarini?)
La
mancanza della conoscenza di adeguati metodi di educazione dei cuccioli d’uomo,
contribuì in passato a favorire l’applicazione di metodi-espedienti per
l’allevamento dei figli, finalizzati a tenerli a bada e a proteggere gli adulti
dalla loro sovrabbondante energia e vivacità. Oggi si giunge a
somministrare addirittura psicofarmaci a
soggetti il cui cervello è in piena fase
di maturazione e non proprio disposti per la loro natura, a stare buoni e
quieti.
In
proposito mi torna in mente una
canzonetta che si cantava ai tempi del Ventennio anche nelle scuole
primarie e che ricordo così: “Ai miei tempi i bambini eran seri, più carini,
non facevan tanto chiasso, non andavan
mai a spasso”!
Per
inciso, rilevo ancora una volta l’inconciliabilità delle esigenze naturali dei
piccoli con quelle di una vita in
abitazioni concepite solo per adulti.
Erano
i tempi in cui la disciplina militaresca (nell’accezione peggiore del termine)
valeva un po’ per tutti, non soltanto per i militari.L’inconciliabile logica di
un tale tipo di disciplina si scontrò con una
schiera di pedagogisti scomodi (v. Di Giacomo Cives: “La pedagogia
scomoda – Da Pasquale Villari a Maria Montessori”) tra i quali è annoverato
Gaetano Salvemini.
Essere
soddisfatti di risultati immediati rischia di comportare investimenti patogeni
delle tensioni psico emotive represse: educare è tutta un’altra cosa!
In
linea con la mia preparazione su basi
biologiche ed estesa ai campi della psicodinamica ed eco-psico-sociale, tendo a
illustrare ciò che sta in fondo a comportamenti come quelli per i quali ha
eroicamente lottato Gaetano Salvemini e altrettanto strenuamente proseguito dal
pronipote Sallustio Salvemini...
Ebbene
sì,si deve tener presente che la coatta tendenza ad appropriarsi di beni altrui
e di approfittare di proprie posizioni per ricavare quanti più vantaggi possibili,
trova riscontro etologico nella vita delle specie che ci precedono nella
scala filogenetica: gli animali rubano,
corrompono e fanno di tutto per acquisire vantaggi (alcuni lettori avranno
visto comportamenti improntati ai peggiori
espedienti umani in documentari nei quali si poteva osservare che
diversi primati li adottavano in vista della conquista di una leadership).
In
proposito ci soccorre quanto ci dice la Scuola statunitense di Bethesda a suo
tempo diretta dall’autore della cosiddetta teoria del cervello uno e trino di
Paul MacLean, e cioè che la nostra specie ha ereditato tra gli altri, un livello
di organizzazione cerebrale in comune con i grandi rettili e con altri animali più
in su nella scala filogenetica. Questi studi hanno individuato tra i nostri modelli
comportamentali di base anche comportamenti predatori tipici degli
animali. I modelli comportamentali di questo tipo, nella nostra
specie,potrebbero essere facilmente superati se la persona avesse la
possibilità di uno sviluppo catalizzato da ben precisi fattori e condizioni di
crescita bio-psico-pedagogica. Al contrario sarebbero esasperati se, come
succedeva sino a pochi anni fa, c’era mancanza di relative conoscenze mentre
ora c’è colpevole ignoranza. Ignoranza degli educatori e soprattutto dei genitori
che non sono assolutamente preparati allo scopo e, improvvisandosi genitori ed educatori,
finiscono per disturbare la realizzazione della personalità
dei piccoli soggetti in armonia con se stessi e con gli altri.
La
dottrina e la vita civile, politica e professionale di Gaetano Salvemini mi
induce a ritenere che egli oggi sarebbe d’accordo nel riconoscere l’origine di tanti comportamenti (oggetto
della peggiore cronaca quotidiana) nei metodi improvvisati di allevamento dei
soggetti in età evolutiva.Ancora oggi, tra i metodi correnti di “educazione”
dei figli, pare prevalgano quelli improntati alla disciplina tendendo a
omologare la volontà dei piccoli a quella dei genitori e a improntare i loro
comportamenti secondo i seducenti messaggi della consumer society. All’opposto, oggi
più che mai, si lamentano metodi pseudo-educativi, di fatto irresponsabili,
deresponsabilizzanti, permissivi e
lassisti, per cui i figli tendono ad assumere comportamenti da despota, da bulli e, forse
sempre più spesso, vengono difesi a spada tratta dai genitori anche nei
confronti dei docenti.
In
base a considerazioni come quelle accennate in questo articolo, insieme a un
gruppo di lavoro sto curando una pubblicazione che, partendo dal momento
cruciale del passaggio dalla preistoria alla storia, analizza condizioni e
fattori che hanno contribuito decisamente a portare fuori strada l’uomo
potenzialmente sapiens. Questa
pubblicazione si conclude con un progetto: “Iniziamo da una generazione”, ossia
da quella in procinto di frequentare la scuola dell’obbligo, scuola che deve
operare con precise attività di gioco coinvolgendo in questa metodologia soprattutto
gli operatori dell’ultimo anno di scuola materna e del primo anno della scuola
primaria, nonché i genitori. In questo periodo si verifica la validità dei prerequisiti e si tende ad avviare
a soluzione, sempre mediante attività ludiche, eventuali ma quasi sempre immancabili
difficoltà e problemi creatisi nella famiglia di origine.
Ovviamente,
stando così le cose non si potrà fare a meno neanche di istituzioni e misure
giudiziarie: discorsi come quelli fatti in questo scritto, come nel
citato prossimo libro, potranno (per chi ha orecchie da intendere, ossia umori e
strutture umanizzanti e da adulti!) contribuire a una salutare presa di
coscienza su tutto ciò che va rifatto.
Per
una nuova era, occorrerebbe iniziare a riconsiderare criticamente come si forma una coppia coniugale e su che basi si decide di mettere su famiglia:
al momento sembra che nella reciproca scelta prevalgano le “amene sembianze” e il sentirsi
innamorati. Pilastri quanto mai precari per fondare qualcosa di duraturo e il loro venir meno
costituisce un serio rischio per la prole che sempre più oggi risente del
logoramento e delle lacerazioni coniugali...quando l’amore finisce(come fosse
il carburante dell’auto!) e ne inizia un altro, ci si sente giustificati a lasciare moglie o marito e figli e passare a
mettere su un’altra famiglia. E i figli?
Se
sapessero di che cosa può essere costituito un innamoramento!
Qui
basti un cenno alle non rare attrazioni
fatali per cui ci si sente pazzamente innamorate/i del proprio aggressore: una
specie di Sindrome di Stoccolma spesso responsabile di tragedie coniugali che
insanguinano la cronaca quotidiana (sullo stesso blog c’è un’intervista: Per la
prevenzione della violenza contro le donne, rilasciata da me alla pedagogista
Antonella Raho).
Tutto
ciò che si fa per la felicità del giorno più bello della propria vita sembra
mosso da suggestioni di mercato; ma chi si prepara a funzionare da
genitore-educatore?
Le
su accennate suggestioni di mercato e quelle di potere, avere, possedere il più
possibile,nella stragrande maggioranza delle
famiglie pare che vengano quasi naturalmente assorbite sin
dall’infanzia.
Rilevo, in fine, che per un’adeguata preparazione non bastano le conoscenze
teoriche ma anzi a volte una laurea in psicologia, pedagogia ecc, può aggravare
(“sumere superbiam!”) la situazione per quel che concerne i rapporti
interpersonali, compresi i figli. A tal fine gioverà meglio l’avvio a soluzione
dei quasi immancabili problemi acquisiti in seno alla famiglia di origine che
interferirebbero con la funzione educativa dei figli.
Per la maggior parte delle persone non sarà necessario, e neanche opportuno,
affrontare costosi e stressanti trattamenti che richiedono tempi di solito
impraticabili per chi ha impegni di lavoro: sarebbe invece sufficiente la
partecipazione a qualificati gruppi di self-help che dovrebbero essere
disponibili sul territorio.
L’educazione non si insegna ex cathedra, ma l’opera educativa va
prestata con spirito di servizio senza che si funga da zerbino dei figli né
degli educandi in genere, bensì mantenendo ben distinte le posizioni dei
rispettivi ruoli e comunque mantenendo al minimo i toni della voce; in
questo modo si ottiene più attenzione (personalmente l’ho sperimentato anche in
scolaresche alquanto agitate) rivolgendomi ai piccoli e ai giovani con voce sommessa,
a volte appena udibile. Provare per credere!
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