La mattanza
Saluto agli amici
È
consuetudine fare il bilancio di quello che si è concluso nell’arco di un tempo
determinato. Anche nell’arte è tempo di bilanci ed io che vi opero – nel senso
manuale del termine – dall’anno 1956, ho sentito la necessità di presentare agli
amici la sintesi delle mie sperimentazioni in ceramica come nel disegno, nella
scultura come nella pittura.
Un giorno,
in compagnia di amici ed amiche cari, mi sono divertito a comporre quello che
avrebbe potuto essere l’epitaffio da scrivere alla mia morte. Venne giudicato
ottimo questo breve e sintetico assunto: “consumò le proprie contraddizioni”.
Unica eccezione venne fatta da un’amica critico d’arte: meglio dire “fu
consumato dalle proprie contraddizioni”.
Ebbene, se
questo è dimostrato da tutto il tumultuoso, disordinato, “contraddittorio” mio
modo di vedere in arte, obbedisco a ideali che guidano il linguaggio come
rigore estremo.
Ogni lavoro
nasce da una matrice morale che non è, e non vuole essere, quella che
quotidianamente sbandierata contraddice e si contraddice nei machiavellici
equilibrismi di certi “uomini politici” tra virgolette.
Ogni
materiale – linguaggio è costante denuncia dei malori del nostro tempo.
Turbato, inquieto, scateno le mie emozioni e imprimo nei volti dipinti o nelle
forme delle statue la ribellione ad ogni ingiustizia.
Talvolta,
però, l’amarezza s’acqueta e ai giovani, cui tutta l’opera è destinat, è giusto
proporre la “speranza”. Nascono volti infantili segni consapevoli di una
“utopica” serenità cui tutti aneliamo.
In un mondo
devastato, di una umanità dolente ho tentato pure il racconto.
Il calvario,
tratteggiato di rinunzie e amarezze di tutti coloro che hanno combattuto la
suprema barriera dell’ignoranza, illuminato dalla fedeltà alle vittime tanto
più grandi dei carnefici.
Cinquant’anni
trascorsi sotto la bandiera dell’”ecologia” e della “non violenza”, teso a
provocare con il racconto spesso sintetico e povero di un’opera monocromatica
la reazioni dei deboli, dei non potenti alla soperchieria ed ai soprusi.
Cinquant’anni
di indipendenza, anzi di non indipendenza; cinquant’anni di laceranti desideri,
di sconfitte cocenti, di gioie feroci, di solitudini sconfinate.
Tuttavia la
speranza mi sostiene e mi spinge a continuare il lavoro e come un muratore,
metto, testardo, mattone e calce, calce e mattone per edificare una barriera
che impedisca ai sogni ed agli ideali di svanire.
Manuel Campus

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