lunedì 22 giugno 2015

Manuel Campus

La mattanza

Saluto agli amici

È consuetudine fare il bilancio di quello che si è concluso nell’arco di un tempo determinato. Anche nell’arte è tempo di bilanci ed io che vi opero – nel senso manuale del termine – dall’anno 1956, ho sentito la necessità di presentare agli amici la sintesi delle mie sperimentazioni in ceramica come nel disegno, nella scultura come nella pittura.
Un giorno, in compagnia di amici ed amiche cari, mi sono divertito a comporre quello che avrebbe potuto essere l’epitaffio da scrivere alla mia morte. Venne giudicato ottimo questo breve e sintetico assunto: “consumò le proprie contraddizioni”. Unica eccezione venne fatta da un’amica critico d’arte: meglio dire “fu consumato dalle proprie contraddizioni”.
Ebbene, se questo è dimostrato da tutto il tumultuoso, disordinato, “contraddittorio” mio modo di vedere in arte, obbedisco a ideali che guidano il linguaggio come rigore estremo.
Ogni lavoro nasce da una matrice morale che non è, e non vuole essere, quella che quotidianamente sbandierata contraddice e si contraddice nei machiavellici equilibrismi di certi “uomini politici” tra virgolette.
Ogni materiale – linguaggio è costante denuncia dei malori del nostro tempo. Turbato, inquieto, scateno le mie emozioni e imprimo nei volti dipinti o nelle forme delle statue la ribellione ad ogni ingiustizia.
Talvolta, però, l’amarezza s’acqueta e ai giovani, cui tutta l’opera è destinat, è giusto proporre la “speranza”. Nascono volti infantili segni consapevoli di una “utopica” serenità cui tutti aneliamo.
In un mondo devastato, di una umanità dolente ho tentato pure il racconto.
Il calvario, tratteggiato di rinunzie e amarezze di tutti coloro che hanno combattuto la suprema barriera dell’ignoranza, illuminato dalla fedeltà alle vittime tanto più grandi dei carnefici.
Cinquant’anni trascorsi sotto la bandiera dell’”ecologia” e della “non violenza”, teso a provocare con il racconto spesso sintetico e povero di un’opera monocromatica la reazioni dei deboli, dei non potenti alla soperchieria ed ai soprusi.
Cinquant’anni di indipendenza, anzi di non indipendenza; cinquant’anni di laceranti desideri, di sconfitte cocenti, di gioie feroci, di solitudini sconfinate.
Tuttavia la speranza mi sostiene e mi spinge a continuare il lavoro e come un muratore, metto, testardo, mattone e calce, calce e mattone per edificare una barriera che impedisca ai sogni ed agli ideali di svanire.
Manuel Campus

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