mercoledì 29 maggio 2013

Al-Nakba, la commemorazione palestinese


Il 28 luglio lo studente Gavrilo Princip uccise l’arciduca Francesco Ferdinando e la moglie Sofia, in quello che venne poi definito l’attentato di Sarajevo, usato dall’Austria come pretesto per muovere guerra alla Serbia e iniziare la Prima guerra mondiale. Come in ogni guerra, anche in questo caso aumentò la richiesta di armamenti, mezzi, materiali bellici e componenti per fabbricare esplosivi. Uno di questi componenti era la cordite (una sorta di esplosivo di piccola intensità, adatto a fabbricare le cariche delle munizioni), e l’elemento essenziale per fabbricarla era l’acetone fermentato, la cui richiesta sul mercato divenne molto superiore alle scorte disponibili. In quel periodo uno dei membri più in vista del movimento sionista (nato per promuovere l’affermazione del popolo ebraico e la relativa fondazione dello Stato d’Israele) fu un chimico, Chaim Weizmann, scopritore del processo per fabbricare la cordite, e che qualche decennio dopo sarebbe diventato il primo presidente dello Stato d’Israele. L’allora ministro per gli armamenti, David Lloyd George, propose di inoltrare a re Giorgio V la richiesta di un’onorificenza per Weizmann, ma il chimico, e anche abile uomo politico, declinò l’offerta, proponendo invece che la Gran Bretagna aiutasse il popolo ebraico, allora privo di un suo Stato. Appena Lloyd divenne Primo ministro, inoltrò la richiesta di Weizmann ad Arthur Balfour (ministro britannico degli affari esteri, e tra le altre cose membro della Massoneria inglese), che a sua volta, il 2 novembre 1917, scrisse una lettera a lord Lionel W. Rothschild, politico,zoologo, finanziere, rappresentante della comunità ebraica inglese e anch’egli membro attivo del sionismo. Il testo di questa lettera venne qualche anno dopo incluso nel Trattato di Sèvres, un concordato di pace tra l’impero ottomano e i paesi che furono alleati durante la seconda mondialein, in cui si assegnò il territorio della Palestina al regno Unito e si estese il trattato di pace anche nei confronti della Turchia. Sembra quindi che la cessione dei terrotori palestinesi al popolo ebraico derivi da un “favore” bellico, e con la lettera di Balfour e il Trattato di Sèvres il governo britannico praticamente ammise l’occupazione ebraica nei territori della Palestina, come se si fossero passati di mano un’intera nazione senza chiedere il parere dei palestinesi che vi vivevano. “Il governo di Sua Maestà…“ diceva la lettera, poi conosciuta come dichiarazione Balfour, “…vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico”. A partire dal 1946, due anni prima della costituzione dello Stato d’Israele, questo “focolare nazionale” si è esteso fino a occupare il 78% del territorio palestinese, molto più del 55% che venne assegnato dall’ONU al popolo ebraico. La situazione, per i palestinesi, peggiorò a partire dal 15 maggio 1948, quando terminò il mandato britannico sui territori palestinesi e venne costituito lo Stato d’Israele. Qui iniziò una forzata deportazione di quasi un milione di palestinesi (i cui discendenti oggi potrebbero essere più di 4 milioni) e la scomparsa di numerose città e paesi, in quella che alcuni non esitano a definire una vera e propria “pulizia etnica”. Nonostante Israele, dal 1967 a oggi, sia stato più volte sollecitato al ritiro dai territori occupati con la forza e condannato da ben 87 risoluzioni della Nazioni Unite, continua nella sua politica violenta nei confronti del popolo palestinese. Tutto ciò ignorando anche la Risoluzione 194, in cui l’ONU definisce come diritto inviolabile il ritorno dei profughi, e quindi anche dei palestinesi (e dei loro discendenti) nelle loro terre. Una versione simile alla 194 ci fu anche un anno prima con la risoluzione 181, con la quale l’ONU stabiliva la divisione del territorio in due stati indipendenti. Indipendenti, appunto, non di violenta occupazione di uno nei confronti dell’altro. Per commemorare quell’episodio violento del 1948, e tenerne viva la memoria, ogni anno il 15 maggio i palestinesi di tutto il mondo (tranne in Israele, dal momento che il parlamento ebraico, il Knesset costituito nel 1949, nel 2010 ha ufficialmente proibito ogni forma di questa commemorazione in tutto il territorio occupato) rievocano la giornata di Al-Nakba. La radice trilettere di questa parola (la lingua araba è basata principalmente su radici di tre consonanti che costituiscono la struttura della parola) non potrebbe essere più adatta: indica il disastro, la catastrofe. Giorno di commemorazione, quindi, ma anche di lotta, di presa di coscienza, di denuncia, di informazione (a Roma si è tenuto in piazza dell’Immacolata) per un evento storico che ha dato inizio a numerose inutili guerre che fanno da paravento per interessi politici ed economici. Una politica di violenta occupazione e sistematica repressione che Israele (osteggiata in questo, va ricordato, anche da molti esponenti dello stesso popolo ebraico) continua ancora oggi nei confronti del popolo palestinese. Appena lo scorso 20 maggio le autorità ebraiche (anzi, le autorità dell’occupazione ebraica) hanno impedito una visita a Gerusalemme di una delegazione dell’Unesco intenzionata a monitorare siti archeologici nella città santa. Inizialmente Israele aveva concesso il permesso, ma solo dietro la promessa del ritiro della risoluzione di condanna che l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) aveva presentato all’ONU contro Tel Aviv. In quell’occasione persino gli Stati Uniti temettero che la denuncia dell’ANP arrivasse fino alla Corte Internazionale di Giustizia. La linea dura e ingiustificata intrapresa da Israele, quindi, continua ancora oggi: i numerosi prigionieri palestinesi, quasi sempre incarcerati dopo un processo farsa e con le accuse più ridicole, sono ancora nelle carceri palestinesi in condizioni vergognose. Il muro eretto nel 2002 al 
confine con la Cisgiordania, il muro della vergogna e della segregazione razziale, sta ancora lì, incrollabile, a provocare disagi economici, sociali e umani ai palestinesi che si trovano in territorio d’Israele. Qui non basta una commemorazione come quella di Al-Nakba, comunque importante, ma ci vuole una presa di coscienza 
globale che tenga conto non di assurde pretese economiche e politiche, dei diritti umani di un intero popolo.
Emiliano Federico Caruso

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