Che i metodi del dr. Shreber fossero più che patogeni di per sé è ampiamente dimostrabile in base alle conseguenze sofferte dai figli: uno schizofrenico, il cui caso è stato seguito indirettamente da Sigmund Freud che gli dedicò un saggio (“Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia”), un altro si suicidò.
Pare che tra le vittime in famiglia ci fosse anche una figlia della quale i familiari, per vergogna, abbiano fatto di tutto per tenerla segregata in modo che nessuno venisse a conoscenza delle sue condizioni mentali (soltanto?).
Potrà essere discutibile se Priebke abbia contratto o meno l’encefalite di Von Economo, lo sarà molto meno per quel che concerne i metodi perversi del dr. Shreber, poiché, non solo furono diffusamente adottati in Germania, bensì anche in 35 lingue.
Che Priebke, anzi tutta la sua generazione abbia subìto ambedue le disgraziate evenienze lo si può desumere a posteriori dai comportamenti assolutamente carenti di pietas, di empatia, anzi caratterizzati da perfida crudeltà (in vero ci si sente incapaci perfino di trovare tra gli aggettivi più cruenti quello che renda l’idea di ciò che un cervello umano, come, e forse di più che nel bene, possa perpetrare nefandezze di cui dalla storia e dalla cronaca sembra che non si raggiunga mai il peggio).
Grazie alle conoscenze emergenti dalle neuroscienze, possiamo ritenere che in tali cervelli gli umori e le neurostrutture umanizzanti non si siano sviluppati per carenza di adeguate prestazioni parentali oppure siano stati messi fuori gioco per eccesivo stress iperattivante l’amidlala o, ancora, siano stati eliminati da affezioni come quella dell’encefalite letargica.
Quel che ancora è più preoccupante è il fatto che, pur non raggiungendo i livelli dispotici, assoluti, totalitari del dr. Sgreber, tuttavia, ancora oggi, è molto diffusa la convinzione che educare consista nell’inculcare, nell’ottenere l’ubbidienza, la sottomissione e non è raro che si ricorra a ricatti e ad altri espedienti che ben poco hanno a che fare con principi come quelli che le prestazioni educative debbano essere ispirate a spirito di servizio; presuppongono un rapporto di fiducia; debbano consistere nel sopperire alle incompetenze fisiologiche dei piccoli, tanto quanto basti, non cadendo nell’iperprotezionismo o nel lassez faire senza alcun controllo responsabile; favorire l’investimento energetico per le realizzazione delle potenzialità evolutive.
Ancora più arduo accettare che risentimenti da rivalità in famiglia, repressi o rimossi, muovano, a “tempo debito”, ossia quando si è in grado, anche fisicamente, di attuarli, comportamenti da rivalsa, persino previa strategica voglia del figlio ad ogni costo (la coattività può avere il significato di mascheramento al positivo di ciò che invece è inconfessabilmente negativo) che rischierà di fungere da bersaglio transferale.
Su questa creatura, incappata in un tale perverso meccanismo, si potranno sfogare le tensioni represse di educatori primari e secondari (certe antipatie anche da parte di docenti possono avere una tale origine e perfino violenze contrabbandate come motivi pseudo-pedagogici.
In base a considerazioni come queste, ancora una volta ribadisco l’esigenza di una tempestiva verifica delle motivazioni vocazionali prima di mettere su famiglia: ribadisco ancora che non basta essere innamorati, anzi questa condizione potrebbe costituire una controindicazione, poiché per svolgere adeguatamente i compiti dieducatore, occorre aver raggiunto un livello di autentica “adultità”, avere il cervello funzionante, con le idee ben chiare e non “quando si è pazzamente innamorarti”, quando si “perde la testa” o, ancora, quando si è, di solito inconsapevolmente, portatori di problemi infantili e carichi di risentimenti repressi con conseguenti conti da regolare.
Per Luigi Lando
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