martedì 21 ottobre 2014

STRATEGIE DI SOPRAVVIVENZA di Pier Luigi Lando



         “La preoccupazione” di Madre Natura nell’assicurare la sopravvivenza  dell’individuo e della specie, appare come una costante nella scala filogenetica e una finalità assolutamente prioritaria.
         Ogni essere vivente, nel contempo nel duplice ruolo di aggressore e preda, comunque  inserito in  una catena alimentare ha, a tal fine, proprie “strategie, come mosse dal principio: “Mors tua, vita mea”.  Anche noi fuori dalla giungla vera e propria, quindi al riparo dall’essere sbranati da quei predatori, veniamo aggrediti da (si pensi a Ebola!) e aggrediamo tantissimi agenti patogeni, fastidiosi e letali.
         Per quel che concerne le strategie di sopravvivenza assicurate eredo-geneticamente, si pensi al fenomeno del  tropismo, ossia alla tendenza, detta anche organo tropismo, di alcuni microrganismi a localizzarsi prevalentemente in determinati organi ed apparati con una capacità di mutazione e di sviluppo della resistenza, per cui i  nostri mezzi di difesa  sono sempre più messi a dura prova, nullificati e, addirittura, metabolizzati. Si pensi anche al fenomeno della resistenza anche da parte di insetti, quali le mosche.
          Queste, come tanti altri organismi più piccoli, sono costantemente in allarme, per cui basta un qualsiasi evento, impercettibile per noi, per scatenare la loro fuga: con i loro rapidi e imprevedibili voli a zig zag, sparendo alla nostra vista, sfidano  in modo quasi sempre frustrante, ogni nostro tentativo di ucciderle.
         Quello del mimetismo (non solo dei camaleonti!) è  una delle strategie di sopravvivenza tra le più stupefacenti.
         Nei viventi dotati di cervello, grazie a un più o meno complesso sistema d’allarme, collegato con altrettanto complesse strutture, organi ed apparati (si pensi anche a quello neurormonale in funzione di situazioni stressanti), c’è l’alternativa della lotta o della fuga, o anche di altri espedienti di vario tipo.
              Soltanto vedendo uno di tanti documentari televisivi sulla vita animale, si  potrà constatare come,  nelle specie che ci precedono nella scala filogenetica, sussistano comportamenti che, se  attuati da noi, sarebbero  stigmatizzati come immorali o addirittura criminali. Tra questi per esempio, i comportamenti predatori, gli agguati mortali, le alleanze finalizzate alla cattura anche di cuccioli, per i quali vengono messe in atto, da parte degli adulti del resto del branco,  strategie in loro difesa.
          Perfino da parte di insetti, come le formiche, avvengono rapimenti e riduzione in stato di schiavitù, per avere prestazione di lavori forzati, o dei pinguini, tra i quali i più furbi rubano  le pietre ai loro consimili che le avevano raccolte a fatica per le loro uova. Senza parlare degli uccelli che  rubano quanto  catturato dai ragni nelle loro ragnatele… già le ragnatele!... non si finirebbe più di riportare esempi di “ spietatezza amorale” in natura.
         Questi ed altri comportamenti  (24 per la Scuola di Mac Lean), sono possibili, perché  rappresentati da rispettive istanze o “modelli comportamentali di base” che nella specie umana vengono censurati anche penalmente, mentre  in natura sono tesi ad assicurare, non solo la sopravvivenza  individuale, bensì pure  un’affermazione ottimale della specie.
         Tali  comportamenti, sempre secondo la suddetta Scuola, vengono evocati  automaticamente, ossia secondo il meccanismo stimolo-risposta e messi in atto da specifici stimoli-chiave: a parte quelli riguardanti la sessualità, si pensi a quelli emanati dai cuccioli. A tal proposito, se non si ammettesse una loro certa autonomia, ciascuno evocabile da specifici stimoli chiave, ci riuscirebbe incomprensibile il perché  lo stesso insieme-stimoli-da-cucciolo nella madre evochino comportamenti di accudimento verso i propri piccoli mentre, da parte della stessa, scatenino  reazioni cruente verso i cuccioli delle altre specie.                                                                                                                                                              Si deve ammettere pure che la quota del flusso energetico che attiva l’uno o l’altro di  tali  comportamenti, sottragga alimento energetico ad altri.     
            Ci sono in proposito volgari espressioni popolari che sembrano significativamente corrispondere alla su accennata alternativa funzionale dei  modelli comportamentali di base, come  quella  di alcuni ambienti dove l’autostima e il prestigio sta nell’istanza di predominio: “meglio comandare che fottere!”: La lotta per la leadership o per il predomino fa parte dei suddetti modelli comportamentali del Rettiliano, in base ai quali ciascun membro fa di tutto per  conquistare la posizione più vantaggiosa in seno allo stesso branco, fino a  sfidare il capobranco! Tutto per il prolungamento e la sopravvivenza della specie.
            Grazie (nella fattispecie... purtroppo) all’arricchimento strutturale e quindi funzionale del  cervello umano, questi avrebbe migliori, quantitativamente e qualitativamente, prestazioni anche  sul versante più eticamente negativo: tanto per indicarne qualcuna, propriamente umana, la perfidia, la malvagità.
             Ma ancora di più, per i peggiori comportamenti umani, sono responsabili gli espedienti (erroneamente ritenuti educativi), con i quali, di solito in buona fede,  si  allevano i  figli; espedienti che sono  in fondo, rispondenti più alle esigenze dell’educatore che dell’educando.
                       A parte la ben nota non amata categoria dei “politici”, tante altre, sia pure a volte  qualunquisticamente, vengono colpevolizzate, ma  più grave appare la posizione di  educatori, genitori compresi, che sembrano aver frequentato con  molto profitto  stage per farsi odiare… guarda caso quando, invece, che con spirito di servizio, convinti di espletare funzione educativa, adottano  ruoli di  prepotere, ritendendo che educare  significhi inculcare, farsi ubbidire a  qualunque costo; ma piuttosto che  incolparli, occorrerebbe avere la loro “cartella clinica” (pardon pedagogica) dove probabilmente  si  troverebbe l’origine di tali atteggiamenti.Una specie di reazione a catena di atavici errori, ieri per non disponibilità di appropriate conoscenze che hanno lasciato spazio a quelle false, a pregiudizi ecc. E’ per aver acquisito  tali consapevolezze che con un gruppo di lavoro ci si è impegnati a  una pubblicazione “Se l’Uomo di Neanderthal avesse saputo...”) per divulgare conoscenze  che  si sarebbero dovute  sapere :”...dal dì che nozze, tribunali ed are diero alle umane belve esser pietose di se stesse e d’altrui...”
oggi per colpevole ignoranza.

            Infine, anche se le difese immunitarie di primo acchito, non apparirebbero come annoverabili tra le strategie, lo saranno quando si tenga in debito conto che  esse dipendono  dall’attivazione tempestiva del sistema endorfinico” (v. questa voce su internet). Questo sistema, a sua volta, dovrebbe essere catalizzato da stimolazioni gradevoli che, sarebbe auspicabile sin dal concepimento, il nascituro avesse dal corpo, anzi dallo status  bioenergetico della madre.  
         Perché la spietatezza in natura e in cultura ? Occorrerà anzitutto precisare che, in questo scritto, il termine spietatezza sta a indicare anche la  semplice mancanza di pietas: per es., quella del macellaio o quella di chi tira il collo a un pollo per il desco della  famiglia. Questo (purtroppo), nell’accezione comune, sembrerebbe non comportare alcuna violenta crudeltà, come invece normalmente avviene per le reazioni vendicative e in guerra.  
         Per dare una risposta  plausibile a tale questione, ci potrà soccorrere quanto emerso dalla precedente accennata teoria del cervello uno e trino della Scuola macleaniana, in particolare il dato che ogni livello di organizzazione cerebrale abbia una sua autonomia, come ciascuno dei modelli comportamentali.            
            Ciò consentirebbe a ciascuno dei viventi dotati  della  struttura del Rettiliano, di scatenare un tipo di comportamento anziché un altro, comunque finalizzato alla soddisfazione di bisogni vitali per sé, i propri figli e la propria specie, senza remore di ordine etico.                                                                                                                                        Insomma l’interferenza di umori e strutture, deputati all’empatia, alla pietas, rende sensibili a stimoli chiave, come quella dei cuccioli che, grazie ad ormoni come  l’ossitocina e  a strutture come i neuroni specchio, evocherebbero  sentimenti di  tenerezza, di solidarietà e protezione parentale.
         In tal caso, tanti predatori che, per  sfamare se stessi e la prole, devono dar  caccia spietata  anche a cuccioli, pulcini, pesci di altre specie,si sarebbero estinti già da tempo, se l’ istanza della caccia, per la suddetta finalità, venisse inibita da quella dell’accudimento alla propria prole. Si pensi pure al comportamento dei coccodrilli che  accudiscono le proprie creature tenendole in bocca.
         Ma perché tutto ciò, spietatezza compresa, si verifica  anche  in noi umani?   La stessa Scuola ci informa che nell’evoluzione filogenetica, il nostro cervello ha conservato tutti i modelli comportamentali di base del rettiliano, per cui si è in grado di attivarli  in situazione di emergenza o, come sopra accennato, dopo aver subito un torto, si potrà scatenare una reazione di  vendetta o quando ci si trovi in condizioni di doversi difendere da una  cruenta aggressione.
            Tragiche planetarie conseguenze  ha  avuto l’esclusione della pietas, come si evince dal successo delle  teorie del dr. Schreber, che a “fin di bene,” ossia per  porre rimedio  a ciò che egli riteneva la causa dei mali della Germania del suo tempo, cioè la rilassatezza dei costumi, escogitò propri metodi “pedagogici” ( V. di Morton  Schatzman: La famiglia che uccide, ed. Feltrinelli). Questi metodi infatti, erano informati al principio che  in qualsiasi modo bisognava  annullare la volontà dell’educando per sostituirla assolutamente con quella dell’educatore!                                                          I suoi scritti vennero tradotti in 35 lingue e costituirono una specie di Vangelo nella Germania della generazione hitleriana! Si spiega così l’ubbidienza assolutamente acritica al capo!
         Strumenti di tortura conservati nel musei, ci rendono un’idea della spietatezza  delle “umane belve” (Ugo Foscolo) sin dai primi albori della nostra specie che poi, non sono del tutto cambiate  neanche  ai nostri giorni.
         In base a quanto esposto succintamente in questo articolo che, come  capitoletto fa parte di un editando libro, si  potrà dedurre che, occasionalmente nel cervello di alcuni, o permanentemente in altri, prevalga tuttora il cervello Rettiliano come “centrale operativa” di base, nonostante secoli di “civilizzazione” e di  eccellenti geni nei vari  campi della cultura.
            Si potrà  spiegare così il motivo per cui, ancora oggi, in una  società “civilmente avanzata,” prevalgano comportamenti “spietati,predatori, prevaricatori” e quando si pensi che tra i suddetti  modelli comportamentali, tra i più forti vi sono quelli del predominio, della lotta per la leadership… leggasi pure egemonia. Infatti nella nostra storia, vediamo sempre, come protagonista, la lotta per  il territorio caratterizzata da guerre d’indipendenza e di secessione.

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